Onofrio Cannavo'

Sabato 15 gennaio 2011 è scomparso il compagno Onofrio Cannavò, Segretario del Circolo Socialista “Giuseppe Saragat” di Catania, Vice Segretario Regionale dei Socialisti Democratici siciliani e Presidente dell’ANCI Sicilia - Associazione Nazionale Cittadini Invalidi.


“… Ciò che noi sappiamo è che dopo trent’anni di lotte per salvare le libere istituzioni rimarremo sempre fedeli, qualunque cosa avvenga, a quegli ideali di libertà, di giustizia sociale e di pace che sono la nostra ragione di essere e di vivere.”

(da uno degli ultimi discorsi al Senato del Presidente Saragat, 24 febbraio 1976)

COMMENTO   |   di Danilo Zolo

KOSOVO

Il diritto in ginocchio davanti ai «grandi»

.

La decisione della Corte di giustizia dell’Onu secondo la quale il Kosovo non ha violato il diritto internazionale proclamandosi indipendente è una prova drammatica. È la prova che il cosiddetto diritto internazionale non è che carta straccia insanguinata e che a insanguinarla sono anzitutto le grandi potenze occidentali (con al proprio servizio le istituzioni internazionali).
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva suggerito alla Corte di giustizia di pronunciarsi sulla legittimità della secessione del Kosovo. Ma, per statuto, l’Assemblea è un organo privo di ogni effettivo potere giuridico-politico, mentre la Corte internazionale è un tribunale senza giurisdizione obbligatoria. L’iniziativa era stata presa ingenuamente dall’attuale Presidente della Serbia, l’europeista Boris Tadic, che puntava su un clamoroso «successo diplomatico». Egli si illudeva di fermare il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo e di ottenere dall’Europa qualche beneficio economico. Ma un minimo realismo politico avrebbe dovuto far prevedere che qualsiasi parere espresso dalla Corte Internazionale non avrebbe avuto alcun effetto favorevole alla Serbia.
Come è noto, l’indipendenza del Kosovo era stata dichiarata, per volontà degli Stati Uniti e con il consenso della grande maggioranza dei paesi europei, inclusa l’Italia, nel febbraio del 2008.
Si era trattato, a giudizio della maggioranza dei giuristi internazionalisti, di una secessione illegale, anzitutto perché aveva violato la Costituzione serba e la volontà del popolo serbo democraticamente espressa con un referendum costituzionale.
In secondo luogo, aveva ignorato la risoluzione 1244, del giugno 1999, con la quale il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva riconosciuto la sovranità della Serbia sul Kosovo.
L’indipendenza del Kosovo, reclamata dalla maggioranza albanese e in particolare dal movimento terroristico dell’Uçk, era tuttavia già un impegno preso dagli Stati Uniti sin dalla conferenza di Rambouillet del 1999, che aveva fornito il pretesto per l’illegale attacco militare della Nato contro la Serbia e la strage di migliaia di civili innocenti. Gli Stati Uniti - guidati da Bill Clinton - avevano riconosciuto come legittime le aspirazioni indipendentistiche dell’Uçk e si erano impegnati a favorire l’ascesa al potere dei suoi leader. Questo era il dato essenziale, irreformabile.
La doppiezza della diplomazia statunitense, assieme all’esasperazione dei sentimenti di ostilità e di vendetta provocati dalla guerra di aggressione della Nato, è stata all’origine della situazione di anarchia e di violenza che dalla fine della guerra ad oggi si è stabilizzata in Kosovo e che - è facile prevederlo - continuerà ancora a lungo e si aggraverà grazie alla secessione.
L’aggressione militare della Nato - in sostanza degli Stati Uniti — ha cancellato di fatto l’autonomia politica della Serbia e ulteriormente frammentato i territori della ex-Jugoslavia, secondo una logica imperiale che risale alla «questione d’Oriente», ed è stata sviluppata dal nazismo e dal fascismo.
Il simbolo atroce di questa sudditanza coloniale è sotto gli occhi di tutti: Camp Bondsteel, l’immensa base militare che gli Stati Uniti hanno rapidamente e illegalmente costruito nel cuore del Kosovo, in prossimità di Urosevac, spianando tre intere colline.
Gli Stati Uniti di Clinton e di Bush dominano i Balcani e l’intero Mediterraneo orientale. Non è un caso che nella piazza di Pristina «liberata» domini la statua di Bill Clinton. In attesa di altri, affini monumenti presidenziali.

(di Danilo Zolo, dal quotidiano Il Manifesto del 24 luglio 2010)

 

IN CONGRESS, July 4, 1776

The unanimous Declaration of the thirteen united States of America

When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the Powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness…

(”Quando nel Corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro, ed assumere tra le Potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale separazione.
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo cambiarlo o distruggerlo, ed istituire un nuovo Governo, che sia
fondato su tali principi e di organizzarne i poteri in quella forma che al popolo
sembri meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità…”)

“Co-operative enterprise empowers women”

“La empresa cooperativa empodera a la mujeres”

“L’entreprise coopérative autonomise les femmes”

This year’s theme highlights how the cooperative model of enterprise can successfully empower women. It links to the celebration of the 15th anniversary of the Beijing Platform for Action (Beijing+15) which sets out the internationally agreed agenda for women’s empowerment.

Co-operatives have a key role to play as they are able to respond to both women’s practical and strategic needs. Whether it be through women only co-operatives or co-operatives made up of women and men, they offer an effective organisational means for women members and employees to raise their living standards by accessing decent work opportunities, savings and credit facilities, health, housing and social services, and education and training. Co-operatives also offer women opportunities for participation in and influence over economic activities. Women gain self-reliance and self-esteem through this participation. Co-operatives also contribute to the improvement of the economic, social and cultural situation of women in other ways including promoting equality and changing institutional biases.

.

END THE WAR IN AFGHANISTAN!

by Ron Paul

This past week various news events once again made it abundantly clear that our foreign policy is an abject failure. Unfortunately in spite of this the administration is determined to stay on this destructive course despite any past promises to change it. For Afghanistan especially, if ever there was an opportunity to admit shortcomings and change strategies, this past week was it.

There really is nothing for us to win in Afghanistan. Our mission has morphed from apprehending those who attacked us to apprehending those who threaten or dislike us for invading their country, to remaking an entire political system and even a culture. I remain highly skeptical that as foreign occupiers we can ever impose Western-style democracy on another country. Our troops have debilitating restrictions on defending themselves against enemies which are so often indistinguishable from civilians. They also face dire setbacks in winning hearts and minds when innocents are mistakenly harmed, which happens all the time. We can never make friends this way, and yet the tactic never works.

This is an expensive, bloody, endless exercise in futility, though few are willing to admit this just yet. But every second they spend in denial has real cost in lives and livelihoods. Many of us can agree on one thing, however: our military spending in general has grown way out of control. This is largely because fiscal accountability and military budgeting is seen by many as “weak on defense.” This is absolutely wrong in a dangerous way to think. It is certainly possible for the military to waste money, or to spend money counter-productively, and indeed it has. But out of political correctness the military has been getting blank checks from the administrations and Congress for far too long.

It is important to defend our soil, but let us defend us our own soil instead of defending Europe’s soil. Our willingness to defend Europe enables their lavish social spending at our expense while they criticize our model of capitalism. It’s time they allocated the money for their own defense. The same goes for Korea, Japan and other countries like Egypt and Israel. It is also important that while our troops are in combat, our soldiers have what they need to do the best they can even if we disagree with why they are there. It’s an embarrassment that some soldiers and families have had to buy body armor at their own expense when billions are awarded to politically well-connected defense contractors for weapons systems that don’t work, are over budget and past deadlines.

This is the kind of waste that needs to end. I firmly believe that there is enough waste in the military budget that we can both save money overall and at the same time make us safer. Of course, the obvious way to save money and be safer is to stop meddling in the affairs of foreign countries and just bring our troops home. This will happen eventually if our empire, like every other fallen empire, insists on spending itself into collapse. If we want to avoid this we must look into ways to bring our costs under control. The military budget must be on the chopping block along with everything else.

 

THE WAR THAT’S NOT A WAR

by Ron Paul

In January 1991, we went to war in the Middle East against Saddam Hussein, Iraq’s dictator who was our ally during the Iran-Iraq war. A border dispute between Kuwait and Iraq broke out after our State Department gave a green light for Hussein’s invasion.

After Iraq’s successful invasion of Kuwait we reacted with gusto and have been militarily involved in the entire region, six thousand miles from our shores, ever since. This has included Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, and Somalia. After twenty years of killing and a couple trillion dollars wasted, not only does the fighting continue with no end in sight, but our leaders threaten to spread our bombs of benevolence on Iran.

For most Americans, we are at war — at war against a tactic called terrorism, not a country.

This allows our military to go any place in the world without limits as to time or place.

But how can we be at war? Congress has not declared war as required by the Constitution.

That is true, but our presidents have and Congress and the people have not objected. Congress obediently provides all the money requested for the “war.”

People are dying, bombs are dropped, our soldiers are shot at and killed.

Our soldiers wear uniforms; our enemies do not. They are not part of any government. They have no planes, no tanks, no ships, no missiles, and no modern technology.

What kind of a war is this anyway? If it really is one. If it was a real war we would have won it by now.

Our stated goal since 9/11 has been to destroy al Qaeda. Was al Qaeda in Iraq? Not under Saddam Hussein. Our leaders lied us into invading Iraq and deceived us into occupying Afghanistan.

There’s still really no al Qaeda in Iraq and only a hundred or so in Afghanistan, yet there is no end in sight to the “war.” Could there have been other reasons for this war that is not a war?

Military victory in Afghanistan is illusive. Does anyone really know whom we are fighting and why?

Why has the war not ended? Nine years and it continues to spread. Some claim it is to keep America safe, that our soldiers are fighting and dying for our freedom, defending our Constitution. Are we being lied to in order to keep us in this spreading war, just as we were lied to in the 1960’s to keep us in Vietnam?

We own the Iraq government as we do Afghanistan’s. In Afghanistan we are fighting the Taliban-those dangerous people with guns, defending their homeland.

Once they were called the Mujahideen, our old allies, along with Osama bin Laden, in the fight to oust the Soviets from Afghanistan in the 1980’s.

In that effort our CIA funded radical jihad against those nasty foreign occupiers-the Russians.

What gratitude? Those same people now resent our benevolent occupation-with a little violence thrown in.

The resistance to our presence grows as our perseverance wanes.

Our people are waking up but our officials refuse to recognize the longer we stay the greater is the support for those dedicated to the principle that Afghanistan is for Afghans, who resent all foreign occupation.

The harder we fight a war that is not a war, the weaker we get and the stronger becomes our enemy.

When an enemy without weapons can resist an army of great strength, the most powerful of all history, one should ask, who has the moral high ground?

Military failure in Afghanistan is to be our destiny. Changing generals without changing our policies or our policy makers perpetuates our agony and delays the inevitable.

This is not a war that our generals have been trained for. Nation building, police work, social engineering is never a job for foreign occupiers and never an appropriate job for soldiers trained to win wars.

A military victory is no longer even a stated goal of our military leaders or our politicians, as they know that type of victory is impossible.

The sad story is:

This war is against ourselves, our values, our Constitution, our financial well being and common sense, and at the rate we are going, it is going to end badly. What we need are honest leaders with character and a new foreign policy.

 

(Saranno fra poco dieci anni di guerra in Afghanistan: tanti, troppi. La Seconda Guerra Mondiale durò tre anni in Sicilia, quattro in Oriente, cinque complessivamente in Europa. I laburisti olandesi sono usciti dal governo e portato il loro paese alle elezioni anticipate per ottenere il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Anche la Danimarca e la Spagna stanno considerando il ritiro. In questi  due articoli - intitolati BASTA CON LA GUERRA IN AFGHANISTAN e LA GUERRA CHE NON E’ UNA GUERRA - il popolare parlamentare del Texas Ron Paul sostiene che è tempo di finirla con guerre insostenibili ed inutili spese militari e chiede l’immediato ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, definito un conflitto impossibile da vincere, accusando al contempo l’amministrazione democratica di non star rispettando gli impegni elettorali. Ron Paul è stato uno dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2008 per il Partito Repubblicano e potrebbe ricandidarsi nel 2012 contro Obama, che i sondaggi danno per sicuramente non rieletto indipendentemente da chi sarà il candidato presidenziale scelto dai Repubblicani.) 

“La funzione ed il ruolo del PSDI, pur nel mutato quadro politico, non sono venuti meno. (…) L’obiettivo è dare al socialismo democratico anche in Italia quel ruolo al quale già assolve nelle libere democrazie dell’Occidente europeo.” (GIUSEPPE SARAGAT, Il Socialismo della coerenza, 1984)

.

… PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento!
MATTEOTTI: Onorevole Presidente, Ella forse non mi intende, ma io parlo di elezioni!

(applausi)
(proteste, interruzioni)

… PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, non provochi incidenti.

… MATTEOTTI: Onorevole Presidente!
PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, se Ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
MATTEOTTI: Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente: ma parlamentarmente!
PRESIDENTE: Parli, parli pure.

MATTEOTTI: I candidati non avevano libera circolazione…
(rumori; interruzioni)
(Voci): Lasciatelo parlare!
PRESIDENTE: Facciano silenzio! Lascino parlare!
MATTEOTTI: Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro all’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero…

MATTEOTTI: Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, al quale mandiamo il più alto saluto; e crediamo di rivendicarne la dignità domandando l’annullamento delle elezioni inficiate dalla violenza.

“The philosophers have only interpreted the world, in various ways; the point is to change it. “  (I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo, ciascuno alla loro maniera; ma la vera sfida è come cambiarlo.) Undicesima Tesi su Feuerbach, epitaffio sulla tomba di Marx

Per leggere un commento sui lavori del Congresso Regionale straordinario del PSDI della Sicilia, che si è svolto a Catania domenica 11 aprile 2010, fate click sul manifesto o qui.

.
Si è tenuta giovedì 18 marzo l’annunciata Assemblea Congressuale del Circolo “Giuseppe Saragat” di Catania per l’elezione dei delegati al Congresso Regionale PSDI della Sicilia che si terrà domenica 11 aprile. Nell’occasione il Circolo ha proceduto anche al rinnovo della Segreteria e del Comitato Esecutivo.

I lavori sono stati introdotti e presieduti dal Segretario uscente, compagno Antonino Gennaro, che ha chiamato gli iscritti al Circolo Saragat ad una nuova stagione di impegno e di lotta in difesa dei lavoratori e per il rilancio del socialismo democratico a Catania ed in Italia, dovendo i pochi militanti rimasti attivi nel PSDI non soltanto operare in un ambiente esterno assai ostile ma anche selezionare a tutti i livelli un nuovo gruppo dirigente, più adeguato ad affrontare le tematiche ed il linguaggio imposti dalla nuova stagione politica e sociale che vive il Paese, superando l’immagine di inefficienza ed ignavia politica offerta da una dirigenza che è ancora condizionata da vecchi, non riproponibili stereotipi. In questo contesto, volendo anche essere d’esempio, la Segreteria del Circolo ha deciso di non riproporre la candidatura di alcuno degli uscenti per eventuali riconferme.

Nel corso dell’Assemblea sono stati affrontati diversi temi sia di interesse generale che locale, dal sostegno al reddito degli agricoltori siciliani colpiti dalla crisi, alle attività della COPAGRI (Confederazione Produttori Agricoli) alla quale fanno capo l’AIC e la UIMEC-UIL, alla costituzione di cooperative di produzione e lavoro in collaborazione con l’AGCI (Associazione Generale Cooperative Italiane). Particolare attenzione il Congresso ha dedicato alla presenza dei socialisti democratici nel mondo sindacale, raccomandando agli iscritti di essere attivi nei sindacati confederali (in primo luogo la UIL ed in subordine la CISL) senza peraltro escludere che, ove ragioni di opportunità o di difficile agibilità lo consiglino, anche i sindacati autonomi possano diventare un riferimento per i compagni impegnati fra i lavoratori. Nel Circolo sarà riorganizzata, anche attraverso il coinvolgimento dei figli dei compagni, la Gioventù Socialista Democratica Italiana così come la Commissione per le Pari Opportunità del Partito vedrà come principali protagoniste le donne iscritte.

Hanno partecipato ai lavori il compagno Cavallaro della UILA-UIL (alimentaristi), la compagna Padova della UILPA-UIL (pubblica amministrazione) ed il compagno Scandurra del sindacato FIALS-CONFSAL (sanità). Per il Circolo “Giuseppe Lupis”, l’altro circolo del PSDI che opera nella città di Catania, è intervenuto il compagno Zuccarello.

Su di un piano politico più generale, il Circolo Saragat si farà promotore di una proposta di riforma della legge elettorale per le amministrative in Sicilia, che preveda il ritorno alla doppia scheda - una per l’elezione del Sindaco o del Presidente della Provincia e l’altra per l’elezione dei consiglieri - e l’eliminazione del voto di preferenza anche nelle elezioni regionali siciliane, sull’esempio della Regione Toscana.

In ordine alla vita del Partito, è stata sottolineata l’opportunità che il PSDI utilizzi sempre ed in ogni occasione, anche nei comunicati stampa e nelle carte intestate, la denominazione completa “Partito Socialista Democratico Italiano - Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista” e le dizioni “socialismo democratico” e “socialisti democratici” limitando l’uso del termine “socialdemocratico” allo stretto indispensabile. Sono state avanzate inoltre proposte di migliore definizione di alcune parti dello Statuto del Partito, sia regionale che nazionale, allo scopo di sancire, ad esempio, che in occasione dei congressi hanno diritto di voto solo gli iscritti con almeno un minimo di anzianità e non anche quelli che si iscrivono al Partito un attimo prima. Ciò per evitare fenomeni deteriori: un’ottica da tenere in considerazione anche per quanto riguarda la costituzione di nuovi Circoli o di Federazioni Provinciali, che andrebbe consentita solo a chi è già iscritto al PSDI. Il Circolo Saragat si farà inoltre promotore della incompatibilità statutaria fra più incarichi esecutivi di Partito, allo scopo di evitare per l’avvenire che gli stessi compagni possano rivestire ruoli dirigenti contemporaneamente a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.

Fra gli altri temi dibattuti, è stato anche auspicato che i compagni imparino a memoria l’Inno dei Lavoratori, nel significativo testo di Filippo Turati, e l’Internazionale, poiché sarebbe oggi bello e significativo per tutti i militanti socialisti essere in grado di cantare gli inni tradizionali e storici delle lotte operaie e contadine.

Fra le deliberazioni assunte in sede di Assemblea, quella di costituire un “G.A.S.” (Gruppo di Acquisto Solidale) allo scopo di alleviare le difficoltà dei lavoratori vicini al Partito e delle loro famiglie che risentono gravemente dello stato di crisi generale e metterli in diretto contatto con i produttori agro-alimentari vicini alla nostra area, con conseguente taglio dei costi di distribuzione e vantaggi per entrambe le parti. Il nuovo G.A.S., che aderirà alla “Rete Gas Nazionale” (www.retegas.org), opererà in collaborazione anche col G.A.P. (Gruppo di Acquisto Popolare) promosso dal Circolo catanese “Città Futura” aderente a Rifondazione Comunista.

Queste ed altre proposte, delle quali per ragioni di brevità non riferiamo i dettagli, sono state inserite in tre mozioni ed in quattro Ordini del Giorno che verranno presentati al Congresso Regionale.

Si è quindi proceduto alla elezione della Segreteria e del Comitato Esecutivo del Circolo, fra i compagni non immediatamente uscenti da precedenti incarichi; all’unanimità sono stati eletti Segretario politico il compagno Onofrio Cannavò, vice segretario il compagno Antonio Consoli e Segretario amministrativo (tesoriere) il compagno Gaspare Strano; responsabile agricoltura il compagno Francesco Cocuzza e responsabile sindacale il compagno Nicola Pesce; infine, sempre all’unanimità e con acclamazione di tutti i presenti, è stato eletto Presidente del Circolo il compagno Nicola Castana.

Il nuovo Segretario compagno Cannavò nell’accettare l’incarico anche a nome del nuovo comitato esecutivo ha ringraziato tutti i compagni e si è impegnato a mettere in pratica nella vita del Circolo le iniziative delle quali l’Assemblea ha discusso, anche in sinergia con l’altro circolo catanese del Partito, preannunciando la prossima costituzione ai sensi dello Statuto del Comitato di coordinamento cittadino del PSDI.

Traendo le conclusioni dei lavori, il Commissario regionale compagno Antonello Longo si è soffermato a lungo sullo stato dell’economia e della società siciliane, prospettando le proposte del PSDI per valorizzare l’autonomia speciale ed aprire la strada allo sviluppo.

“Accettiamo la sfida del federalismo fiscale – ha detto fra l’altro Longo – consapevoli che questo mutamento, che si prospetta oggi imminente, comporta per il Mezzogiorno d’Italia il rischio di restare escluso, ancora più di prima, dai grandi processi di sviluppo, di dare maggiore peso alla fragilità del suo sistema sociale ed economico, ai suoi limiti strutturali e civili, aggravandone il distacco dalle regioni del centro-nord.

Se però la necessità di fare affidamento essenzialmente sulle proprie forze, perfino per determinare interventi di riequilibrio delle sfavorevoli condizioni di partenza, sarà vissuta come volontà autonoma di riscatto, di liberazione delle proprie potenzialità, il Sud diventerà il primo, il più importante bacino per la crescita dell’intero Paese.

In Sicilia “federalismo” vuol dire attuazione – senza se e senza ma, se vogliamo affidarci alle frasi fatte – dopo tanti decenni, di quanto prescritto dallo Statuto siciliano, cioè dalla Costituzione Repubblicana.

La giunta regionale di Confindustria ha puntualizzato i dati del disastro economico siciliano: i consumi delle famiglie nel 2009 sono scesi del 3%, gli investimenti hanno avuto un calo del 14%, la produzione è crollata del 29% con una forte perdita di occupazione in tutti i settori. Il reddito pro-capite dei siciliani nel 1974 era il 65% del reddito pro-capite nazionale, oggi è il 60%.

Tramontata, per volontà dell’Unione Europea, l’era del sussidio statale diretto alla FIAT, la casa torinese si accorge del surplus di costi per assemblare automobili a Termini Imerese e mette fine all’eccentrico sogno di uno sviluppo industriale manufatturiero senza il sostegno di adeguate infrastrutture territoriali.

La Conferenza dei Vescovi cattolici italiani, in un documento dedicato al Mezzogiorno, richiama anzitutto la necessaria solidarietà nazionale ma esorta “alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti.”

“Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione nel territorio avrebbe auspicato.” Il Sud – scrivono ancora i Vescovi – si è trasformato “in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.

La CEI denuncia che la mafia, “cancro” che uccide le nostre regioni, ha “rialzato la testa”, che la criminalità organizzata detta “i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese… favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale.”

Questo quadro della nostra realtà – ha continuato Antonello Longo – ci porta a guardare con interesse alle novità politiche che stanno spezzando in Sicilia vecchie solidarietà e rapporti di potere consolidati nel nuovo sistema “bipolare”. Un sistema tradotto e interpretato nell’isola dai gattopardi depositari dell’antica concezione ascaro/feudale/affaristica della società e della politica.

Negli ultimi decenni tutti i governi nazionali che si sono succeduti, di destra o di sinistra, hanno tradito le promesse e mortificato le ragioni del Sud. Si tratta perciò di far nascere una nuova classe politica, con la forza di spostare gli equilibri politici nazionali che stanno alla base delle scelte di governo sull’allocazione delle risorse nazionali e di provenienza europea.Ma si tratta soprattutto di recuperare in Sicilia una diversa capacità e qualità di governo. Innanzitutto è necessario individuare una nuova capacità progettuale, quindi vanno create le condizioni perché i progetti vadano in porto e le nuove realizzazioni restino in modo duraturo a produrre effetti sul territorio.

I nodi da sciogliere sono molteplici ma due assumono importanza strategica: la sicurezza e le infrastrutture, che sono le pre-condizioni perché la Sicilia possa scegliere il tipo di sviluppo da sostenere.”

Dopo le conclusioni del Commissario regionale compagno Antonello Longo, che hanno suscitato unanime apprezzamento, sulla base degli orientamenti emersi dall’Assemblea è stata predisposta una mozione conclusiva, dal titolo: “Una nuova INIZIATIVA SOCIALISTA per la Sicilia e per l’Italia”, collegata ad una lista di sei delegati al Congresso Regionale, che, posta ai voti, è stata approvata all’unanimità.

Per leggere e stampare la mozione conclusiva fare click qui.

I lavori, protrattisi fino a tarda sera, si sono conclusi col canto dell’Internazionale e con un brindisi di augurio ai nuovi eletti.

Onofrio Cannavò

NELLA FOTO: il compagno Onofrio Cannavò risponde agli indirizzi di saluto dei compagni del Circolo “Giuseppe Saragat” che lo festeggiano dopo la sua elezione a segretario; al suo fianco il compagno Antonio Consoli, nuovo vice segretario, alle sue spalle il compagno Nicola Castana, eletto presidente, ed il nuovo segretario amministrativo (tesoriere) Gaspare Strano già con la cartellina delle quote associative sotto il braccio; parzialmente visibile, con la camicia rossa, il nuovo responsabile sindacale compagno Nicola Pesce.

LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA
del Partito Socialista dei Lavoratori

I compagni Faravelli, Simonini e Vassalli nominati
segretari – I membri della Direzione del Partito

La Direzione del P.S.L.I. è stata così composta: Faravelli, Saragat, Simonini, Martoni, Castiglione, Spalla, Mondolfo, Schiavi, Viotto, Quazza, Pietra, Vassalli, Zagari, Bonfantini, Dagnino, Matteotti, Valcarenghi, Chignoli, Tolino, Russo, Vera Lombardi.

Fanno inoltre parte della Direzione i compagni D’Aragona, Corsi e Tremelloni, quali membri del Governo, il compagno Treves in qualità di membro del Comitato Direttivo del nostro giornale, il compagno Canevari in rappresentanza del gruppo parlamentare, e il compagno Solari, in rappresentanza della Federazione Giovanile, con voto consultivo.

 A far parte del Collegio dei Probiviri sono stati chiamati i compagni Bocconi, Vigorelli, Brugner, Cartia, Rossi.

 

Al termine della prima riunione della Direzione del P.S.L.I. è stata diramata la seguente dichiarazione:

“La Direzione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, convinta che una soluzione del problema governativo in piena armonia con i bisogni del Paese, non potrà attuarsi se non quando il risveglio della coscienza popolare avrà indicato la via della ricostruzione e constatato che una crisi, nel momento attuale, non modificherebbe la situazione, invita i compagni che fanno parte del Governo a continuare a prestare la loro collaborazione. Tuttavia, qualora per iniziativa di altri, dovesse aprirsi una crisi, il Partito intende riversare tutta l’attività dei militanti alla propria opera di riorganizzazione e all’azione socialista nel paese.”

Nella stessa riunione la Direzione ha proceduto alla nomina della Segreteria Politica nelle persone di Giuseppe Faravelli, Alberto Simonini e Giuliano Vassalli. A coprire la carica di segretario amministrativo è stato chiamato il compagno Carlo Casati.

È stato inoltre deciso che l’edizione romana del giornale del Partito, che avrà per titolo L’Umanità, sia diretto da un Comitato Direttivo composto dai compagni Matteo Matteotti, Giuseppe Saragat e Paolo Treves.

 

La Segreteria rende noto che insieme alle notizie di costituzione di regolari sezioni e federazioni del Partito in tutta Italia e di adesioni individuali di vecchi compagni, pervengono numerose comunicazioni circa la costituzione di sezioni del Partito da parte di nuovi aderenti non precedentemente iscritti al P.S.I.U.P. In proposito si precisa che nessuna sezione, federazione o altro organismo del Partito può essere costituito senza autorizzazione della Segreteria.

Per quanto riguarda le notizie sull’adesione al Partito di gruppi di diversa provenienza politica, si conferma la decisione presa dalla Assemblea costitutiva del Partito, secondo cui sono ammesse soltanto adesioni di carattere individuale.

Si precisa altresì che tutte le voci diffuse sulla stampa, e in ambienti politici, circa pretese alleanze, unioni o patti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani con altri partiti o raggruppamenti politici, sono assolutamente prive di ogni fondamento.

 

La Segreteria, infine, ha diramato la seguente circolare:

“1. Il nuovo Partito ha assunto il nome di PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI (Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista).

2. È adottato, come Statuto provvisorio fino al prossimo Congresso lo Statuto Faravelli. Tale Statuto è in vendita al prezzo di L. 15 a Milano, in Piazza Diaz, 5, e a Roma, Piazza Augusto Imperatore 32 (Prezzo ridotto a L. 10, per acquisti superiori a 5 copie).

3. È confermato strettamente il criterio delle adesioni individuali, esclusa quindi ogni possibilità di adesioni collettive.

Il Partito è costituito dai compagni, dalle sezioni e dalle Federazioni che si sono separati dal P.S.I.U.P. e hanno aderito e aderiranno al P.S.L.I. fino a tutto aprile 1947. Tuttavia queste adesioni devono essere sottoposte al vaglio degli organismi competenti. I compagni, le sezioni e le Federazioni di cui sopra hanno i pieni diritti e doveri previsti dallo Statuto.

4. I nuovi aderenti dovranno invece presentare domanda di ammissione al Partito nelle forme previste dallo Statuto. Gli organi competenti si pronunceranno sollecitamente su queste domande, rilasciando un documento provvisorio a coloro sulla cui domanda il giudizio sarà favorevole. Tali compagni acquistano in tal modo i diritti previsti dallo Statuto, salvo quello di partecipare alle votazioni sull’indirizzo politico del Partito e alle elezioni delle cariche sociali. Trascorsi sei mesi dalla data della domanda di ammissione, l’organo competente della sezione riprenderà in esame la posizione dei soci ammessi provvisoriamente e ne proporrà la ammissione definitiva o l’esclusione agli organi competenti della Federazione provinciale.

La Federazione dovrà indagare a fondo su i precedenti politici, morali e penali degli aspiranti. In caso di giudizio favorevole della Federazione, al socio verrà rilasciata la tessera del Partito che gli conferisce la pienezza dei diritti previsti dallo Statuto.

5. Il giudizio sulle domande di ammissione di personalità politiche spetta esclusivamente alla Direzione del Partito, la quale terrà conto del parere delle Federazioni interessate.

Si invitano pertanto le sezioni e le Federazioni alle quali fossero presentate domande di ammissione delle suddette personalità a trasmetterle alla Direzione del Partito.

6. Le sezioni e le Federazioni sono tenute ad applicare con rigore le norme previste dallo Statuto circa l’ammissione di nuovi soci; il modulo a stampa su cui dovrà essere redatta la domanda di ammissione è unico e sarà quanto prima fornito alle sezioni dalla Segreteria organizzativa del Partito.

7. In conformità alle deliberazioni del Congresso la Segreteria organizzativa del Partito costituirà un proprio ufficio a Milano per l’Italia settentrionale (piazza Diaz, 5); un secondo a Roma per l’Italia centrale (piazza Augusto Imperatore n. 32), un terzo a Napoli per l’Italia meridionale ed altri due uffici, rispettivamente per la Sicilia e la Sardegna.

Ciascuno di questi uffici, assistito da una Delegazione composta dai rappresentanti delle regioni di ognuna delle cinque zone, aiuterà le Federazioni provinciali nella loro opera di organizzazione del Partito.

L’Ufficio di Milano per l’Italia del Nord funziona già ed ha sede in piazza Diaz, 5, telef. 16220-16319; ad esso debbono far capo tutte le Federazioni provinciali dell’Alta Italia (Piemonte, Lombardia, Tre Venezie, Liguria, Emilia).

L’Ufficio per l’Italia Centrale è costituito in Roma in piazza Augusto Imperatore n. 32 e ad esso debbono far capo tutte le Federazioni provinciali delle Marche, dell’Umbria, della Toscana, del Lazio e degli Abruzzi.

In attesa della costituzione degli altri 3 Uffici nell’Italia Meridionale e nelle due Isole, le sezioni e le Federazioni del Meridione faranno capo all’Ufficio di Roma.

8. Le Federazioni provinciali sono invitate a prendere immediatamente contatto con gli Uffici organizzativi ai quali esse fanno rispettivamente capo, comunicando immediatamente l’indirizzo della loro sede ed il nome dei compagni componenti i loro organi direttivi, ed inviando una relazione circostanziata sullo stato della loro organizzazione, corredata da eventuali proposte.”

(Questo articolo è stato pubblicato su L’UMANITA’ – QUOTIDIANO DEL PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI, anno 1, numero 1, sabato 18 gennaio 1947. Titoli, corsivi e grassetti come nell’originale.)

Chiudi
Invia e-mail