Lug
24
KOSOVO: Il diritto in ginocchio davanti ai «grandi» - Se il diritto internazionale diventa carta straccia (da Il Manifesto)
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COMMENTO | di Danilo Zolo
KOSOVO
Il diritto in ginocchio davanti ai «grandi»
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La decisione della Corte di giustizia dell’Onu secondo la quale il Kosovo non ha violato il diritto internazionale proclamandosi indipendente è una prova drammatica. È la prova che il cosiddetto diritto internazionale non è che carta straccia insanguinata e che a insanguinarla sono anzitutto le grandi potenze occidentali (con al proprio servizio le istituzioni internazionali).
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva suggerito alla Corte di giustizia di pronunciarsi sulla legittimità della secessione del Kosovo. Ma, per statuto, l’Assemblea è un organo privo di ogni effettivo potere giuridico-politico, mentre la Corte internazionale è un tribunale senza giurisdizione obbligatoria. L’iniziativa era stata presa ingenuamente dall’attuale Presidente della Serbia, l’europeista Boris Tadic, che puntava su un clamoroso «successo diplomatico». Egli si illudeva di fermare il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo e di ottenere dall’Europa qualche beneficio economico. Ma un minimo realismo politico avrebbe dovuto far prevedere che qualsiasi parere espresso dalla Corte Internazionale non avrebbe avuto alcun effetto favorevole alla Serbia.
Come è noto, l’indipendenza del Kosovo era stata dichiarata, per volontà degli Stati Uniti e con il consenso della grande maggioranza dei paesi europei, inclusa l’Italia, nel febbraio del 2008.
Si era trattato, a giudizio della maggioranza dei giuristi internazionalisti, di una secessione illegale, anzitutto perché aveva violato la Costituzione serba e la volontà del popolo serbo democraticamente espressa con un referendum costituzionale.
In secondo luogo, aveva ignorato la risoluzione 1244, del giugno 1999, con la quale il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva riconosciuto la sovranità della Serbia sul Kosovo.
L’indipendenza del Kosovo, reclamata dalla maggioranza albanese e in particolare dal movimento terroristico dell’Uçk, era tuttavia già un impegno preso dagli Stati Uniti sin dalla conferenza di Rambouillet del 1999, che aveva fornito il pretesto per l’illegale attacco militare della Nato contro la Serbia e la strage di migliaia di civili innocenti. Gli Stati Uniti - guidati da Bill Clinton - avevano riconosciuto come legittime le aspirazioni indipendentistiche dell’Uçk e si erano impegnati a favorire l’ascesa al potere dei suoi leader. Questo era il dato essenziale, irreformabile.
La doppiezza della diplomazia statunitense, assieme all’esasperazione dei sentimenti di ostilità e di vendetta provocati dalla guerra di aggressione della Nato, è stata all’origine della situazione di anarchia e di violenza che dalla fine della guerra ad oggi si è stabilizzata in Kosovo e che - è facile prevederlo - continuerà ancora a lungo e si aggraverà grazie alla secessione.
L’aggressione militare della Nato - in sostanza degli Stati Uniti — ha cancellato di fatto l’autonomia politica della Serbia e ulteriormente frammentato i territori della ex-Jugoslavia, secondo una logica imperiale che risale alla «questione d’Oriente», ed è stata sviluppata dal nazismo e dal fascismo.
Il simbolo atroce di questa sudditanza coloniale è sotto gli occhi di tutti: Camp Bondsteel, l’immensa base militare che gli Stati Uniti hanno rapidamente e illegalmente costruito nel cuore del Kosovo, in prossimità di Urosevac, spianando tre intere colline.
Gli Stati Uniti di Clinton e di Bush dominano i Balcani e l’intero Mediterraneo orientale. Non è un caso che nella piazza di Pristina «liberata» domini la statua di Bill Clinton. In attesa di altri, affini monumenti presidenziali.
(di Danilo Zolo, dal quotidiano Il Manifesto del 24 luglio 2010)
Lug
5
5 LUGLIO 1969 - Rinasce il PSU PARTITO SOCIALISTA UNITARIO
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La nota del 15 marzo - pubblicata in occasione del 90° compleanno del Compagno Mauro Ferri - ricorda anche la ricostituzione il 5 luglio 1969, a Sala Capuzzi, del Partito Socialista Unitario (se non volete scorrere tutto il sito fate click qui).
. Lug
4
4 LUGLIO: ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA
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IN CONGRESS, July 4, 1776
The unanimous Declaration of the thirteen united States of America
When in the Course of human events, it becomes necessary for one people to dissolve the political bands which have connected them with another, and to assume among the Powers of the earth, the separate and equal station to which the Laws of Nature and of Nature’s God entitle them, a decent respect to the opinions of mankind requires that they should declare the causes which impel them to the separation.
We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness. That to secure these rights, Governments are instituted among Men, deriving their just powers from the consent of the governed, That whenever any Form of Government becomes destructive of these ends, it is the Right of the People to alter or to abolish it, and to institute new Government, laying its foundation on such principles and organizing its powers in such form, as to them shall seem most likely to effect their Safety and Happiness…
(”Quando nel Corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro, ed assumere tra le Potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda note le cause che lo costringono a tale separazione.
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli Uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo cambiarlo o distruggerlo, ed istituire un nuovo Governo, che sia fondato su tali principi e di organizzarne i poteri in quella forma che al popolo sembri meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità…”)
Lug
3
88ma GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA COOPERAZIONE
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“Co-operative enterprise empowers women”
“La empresa cooperativa empodera a la mujeres”
“L’entreprise coopérative autonomise les femmes”
This year’s theme highlights how the cooperative model of enterprise can successfully empower women. It links to the celebration of the 15th anniversary of the Beijing Platform for Action (Beijing+15) which sets out the internationally agreed agenda for women’s empowerment.
Co-operatives have a key role to play as they are able to respond to both women’s practical and strategic needs. Whether it be through women only co-operatives or co-operatives made up of women and men, they offer an effective organisational means for women members and employees to raise their living standards by accessing decent work opportunities, savings and credit facilities, health, housing and social services, and education and training. Co-operatives also offer women opportunities for participation in and influence over economic activities. Women gain self-reliance and self-esteem through this participation. Co-operatives also contribute to the improvement of the economic, social and cultural situation of women in other ways including promoting equality and changing institutional biases.
Giu
28
RON PAUL: End the War in Afghanistan!
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END THE WAR IN AFGHANISTAN!
by Ron Paul
This past week various news events once again made it abundantly clear that our foreign policy is an abject failure. Unfortunately in spite of this the administration is determined to stay on this destructive course despite any past promises to change it. For Afghanistan especially, if ever there was an opportunity to admit shortcomings and change strategies, this past week was it.
There really is nothing for us to win in Afghanistan. Our mission has morphed from apprehending those who attacked us to apprehending those who threaten or dislike us for invading their country, to remaking an entire political system and even a culture. I remain highly skeptical that as foreign occupiers we can ever impose Western-style democracy on another country. Our troops have debilitating restrictions on defending themselves against enemies which are so often indistinguishable from civilians. They also face dire setbacks in winning hearts and minds when innocents are mistakenly harmed, which happens all the time. We can never make friends this way, and yet the tactic never works.
This is an expensive, bloody, endless exercise in futility, though few are willing to admit this just yet. But every second they spend in denial has real cost in lives and livelihoods. Many of us can agree on one thing, however: our military spending in general has grown way out of control. This is largely because fiscal accountability and military budgeting is seen by many as “weak on defense.” This is absolutely wrong in a dangerous way to think. It is certainly possible for the military to waste money, or to spend money counter-productively, and indeed it has. But out of political correctness the military has been getting blank checks from the administrations and Congress for far too long.
It is important to defend our soil, but let us defend us our own soil instead of defending Europe’s soil. Our willingness to defend Europe enables their lavish social spending at our expense while they criticize our model of capitalism. It’s time they allocated the money for their own defense. The same goes for Korea, Japan and other countries like Egypt and Israel. It is also important that while our troops are in combat, our soldiers have what they need to do the best they can even if we disagree with why they are there. It’s an embarrassment that some soldiers and families have had to buy body armor at their own expense when billions are awarded to politically well-connected defense contractors for weapons systems that don’t work, are over budget and past deadlines.
This is the kind of waste that needs to end. I firmly believe that there is enough waste in the military budget that we can both save money overall and at the same time make us safer. Of course, the obvious way to save money and be safer is to stop meddling in the affairs of foreign countries and just bring our troops home. This will happen eventually if our empire, like every other fallen empire, insists on spending itself into collapse. If we want to avoid this we must look into ways to bring our costs under control. The military budget must be on the chopping block along with everything else.
THE WAR THAT’S NOT A WAR
by Ron Paul
In January 1991, we went to war in the Middle East against Saddam Hussein, Iraq’s dictator who was our ally during the Iran-Iraq war. A border dispute between Kuwait and Iraq broke out after our State Department gave a green light for Hussein’s invasion.
After Iraq’s successful invasion of Kuwait we reacted with gusto and have been militarily involved in the entire region, six thousand miles from our shores, ever since. This has included Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, and Somalia. After twenty years of killing and a couple trillion dollars wasted, not only does the fighting continue with no end in sight, but our leaders threaten to spread our bombs of benevolence on Iran.
For most Americans, we are at war — at war against a tactic called terrorism, not a country.
This allows our military to go any place in the world without limits as to time or place.
But how can we be at war? Congress has not declared war as required by the Constitution.
That is true, but our presidents have and Congress and the people have not objected. Congress obediently provides all the money requested for the “war.”
People are dying, bombs are dropped, our soldiers are shot at and killed.
Our soldiers wear uniforms; our enemies do not. They are not part of any government. They have no planes, no tanks, no ships, no missiles, and no modern technology.
What kind of a war is this anyway? If it really is one. If it was a real war we would have won it by now.
Our stated goal since 9/11 has been to destroy al Qaeda. Was al Qaeda in Iraq? Not under Saddam Hussein. Our leaders lied us into invading Iraq and deceived us into occupying Afghanistan.
There’s still really no al Qaeda in Iraq and only a hundred or so in Afghanistan, yet there is no end in sight to the “war.” Could there have been other reasons for this war that is not a war?
Military victory in Afghanistan is illusive. Does anyone really know whom we are fighting and why?
Why has the war not ended? Nine years and it continues to spread. Some claim it is to keep America safe, that our soldiers are fighting and dying for our freedom, defending our Constitution. Are we being lied to in order to keep us in this spreading war, just as we were lied to in the 1960’s to keep us in Vietnam?
We own the Iraq government as we do Afghanistan’s. In Afghanistan we are fighting the Taliban-those dangerous people with guns, defending their homeland.
Once they were called the Mujahideen, our old allies, along with Osama bin Laden, in the fight to oust the Soviets from Afghanistan in the 1980’s.
In that effort our CIA funded radical jihad against those nasty foreign occupiers-the Russians.
What gratitude? Those same people now resent our benevolent occupation-with a little violence thrown in.
The resistance to our presence grows as our perseverance wanes.
Our people are waking up but our officials refuse to recognize the longer we stay the greater is the support for those dedicated to the principle that Afghanistan is for Afghans, who resent all foreign occupation.
The harder we fight a war that is not a war, the weaker we get and the stronger becomes our enemy.
When an enemy without weapons can resist an army of great strength, the most powerful of all history, one should ask, who has the moral high ground?
Military failure in Afghanistan is to be our destiny. Changing generals without changing our policies or our policy makers perpetuates our agony and delays the inevitable.
This is not a war that our generals have been trained for. Nation building, police work, social engineering is never a job for foreign occupiers and never an appropriate job for soldiers trained to win wars.
A military victory is no longer even a stated goal of our military leaders or our politicians, as they know that type of victory is impossible.
The sad story is:
This war is against ourselves, our values, our Constitution, our financial well being and common sense, and at the rate we are going, it is going to end badly. What we need are honest leaders with character and a new foreign policy.
(Saranno fra poco dieci anni di guerra in Afghanistan: tanti, troppi. La Seconda Guerra Mondiale durò tre anni in Sicilia, quattro in Oriente, cinque complessivamente in Europa. I laburisti olandesi sono usciti dal governo e portato il loro paese alle elezioni anticipate per ottenere il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Anche la Danimarca e la Spagna stanno considerando il ritiro. In questi due articoli - intitolati BASTA CON LA GUERRA IN AFGHANISTAN e LA GUERRA CHE NON E’ UNA GUERRA - il popolare parlamentare del Texas Ron Paul sostiene che è tempo di finirla con guerre insostenibili ed inutili spese militari e chiede l’immediato ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, definito un conflitto impossibile da vincere, accusando al contempo l’amministrazione democratica di non star rispettando gli impegni elettorali. Ron Paul è stato uno dei candidati alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2008 per il Partito Repubblicano e potrebbe ricandidarsi nel 2012 contro Obama, che i sondaggi danno per sicuramente non rieletto indipendentemente da chi sarà il candidato presidenziale scelto dai Repubblicani.)
Giu
22
SOCIALIST INTERNATIONAL Council at the United Nations, New York | 21-22 June 2010
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(Il Consiglio dell’Internazionale Socialista si è riunito il 21 ed il 22 giugno nella sede delle Nazioni Unite a New York. Alla presenza di oltre trecento leaders e delegati di oltre cento partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti di tutto il mondo, il Consiglio ha dibattuto principalmente quattro temi: l’economia globale in vista degli incontri del G8 e del G20 di Toronto, la pace in Palestina, i cambiamenti climatici ed il disarmo e la non-proliferazione nucleare. Riportiamo di seguito il comunicato finale e la Dichiarazione sul Medio Oriente, con la quale l’Internazionale Socialista afferma il diritto del popolo Palestinese all’autodeterminazione, chiede la fine dell’occupazione dei territori palestinesi entro un anno ed il ritiro di Israele entro i confini del 1967, incluso da Gerusalemme Est; chiede inoltre la costituzione di uno Stato Palestinese indipendente e sovrano, con Gerusalemme Est come sua capitale, entro un anno da oggi. L’Internazionale Socialista richiede anche che Israele cessi la colonizzazione e la costruzione di muri in Palestina e la fine del blocco della Striscia di Gaza.)
The Council of the Socialist International met in New York at the United Nations Headquarters on Monday 21 and Tuesday 22 June.
It addressed four main issues and priorities of the social democratic movement in its agenda: the Global Economy in the run-up to the G8 and G20 Summits in Toronto, peace in the Middle East, working for an international unified response to Climate Change; and recent developments in the field of Disarmament and Non-proliferation. (List of Speakers)
The Council was preceded on Saturday 19 June by a meeting of the SI Commission on Global Financial Issues to prepare the proposal on the first theme of the Council agenda, the World Economy. On Sunday 20 June, meetings were also were held of the organisation’s Finance and Ethics Committees, and, as customary on the eve of the Council, a meeting of its Presidium.
The plenary session of the World Council, which took place at the headquarters of the United Nations, was attended by over three hundred leaders and representatives from approximately one hundred parties and organisations from all continents and regions of the world. The meeting was formally opened with remarks by the Secretary General Luis Ayala, who referred to the work of the organisation on the themes to be discussed; a speech by President George Papandreou on the World Economy, in which he also conveyed his vision and perspective as a Head of Government; and a contribution by the Secretary General of the Organisation of American States, OAS, José Miguel Insulza, who presented a hemispheric view on the main theme of the agenda.
The social democratic leaders gathered in New York, through numerous contributions and speeches, debated in depth the state of the World Economy and agreed on a course of action in this regard, reflected in a statement presented by Eero Heinäluoma of the SDP Finland as Rapporteur of the Commission on Global Financial Issues, which maintains that what is needed today is a well-coordinated economic policy between the world’s major economies, financial reform, new counter-cyclical capital requirements and more global governance.
A declaration on the challenges of global development in 2010 presented by the SI Committee on Economic Policy, Labour and National Resources was also approved by the Council.
The current situation in the Middle East was addressed by the Council on the first day in a frank and open debate with contributions from representatives of the SI Israeli member parties, Ehud Barak, Leader of the Labour Party and Defence Minister and Avshalom Vilan, member of the Knesset from Meretz, and from representatives of the SI Palestinian member parties, Husam Zomlot of Fatah and Mustafa Barghouti of the Palestinian National Initiative, as well as from participants from other parties. Following intensive consultations with the Israeli and Palestinian delegations during the two days of the meeting, a statement on the Middle East was presented and adopted by acclamation.
The Council, with its sights on the forthcoming COP16 meeting in Cancún later this year, also approved a declaration on the issue of Climate Change. The matters of disarmament and non-proliferation were equally addressed by the Council leading to the approval of two declarations, one on A World Without Nuclear Weapons and the other on a Comprehensive Arms Trade Treaty.
Special contributions were also heard from the leader of the Socialist Party of Albania on the unresolved electoral violations in that country and from the leader of the Burmese delegation on the struggle of the people in that nation to restore democracy.
The Report of the SI Mission which visited Venezuela earlier this year was presented to the Council by two members of the Mission, Renée Fregosi of the PS, France, and Jesús Rodríguez, Secretary General of the UCR of Argentina.
The reports and recommendations of the SI Committees on Finance and Administration and Ethics were approved by the Council.
The Council agreed that its next meeting will be held in Paris on 15-16 November, hosted by the French Socialist Party.
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STATEMENT OF THE COUNCIL ON THE MIDDLE EAST
The Council of the Socialist International has addressed the current situation in the Middle East, together with representatives of its Palestinian and Israeli member parties. The Council is committed to contribute to find once more the path for dialogue, negotiation and progress to achieve peace, an utmost priority today for the peoples of the region and the international community.
In this regard, the Socialist International:
1. Affirms the right of the Palestinian people for self-determination and calls for an end to the Israeli occupation of Palestinian land within one year and withdrawal to the 1967 borders, including East Jerusalem.
2. Calls for the establishment of an independent, sovereign and viable democratic Palestinian state with East Jerusalem as its capital, within one year from now. This state should exist side by side with a secure Israeli state.
3. Calls on Israel to end all settlement activities, as well as the building of the separation wall and bypass roads and to guarantee freedom of movement of Palestinians within Palestinian territory. It also calls for the release of all Palestinian prisoners and the Israeli prisoner.
4. Calls upon the Israeli government to end the blockade of the Gaza Strip. All goods and merchandise destined for Gaza should be allowed in accordance with internationally accepted screening procedures and standards.
5. Encourages all Palestinian political parties and groups to reinstate Palestinian unity and democracy, and supports the Palestinian efforts for state building.
6. Decides to send a delegation of representatives of member parties without delay to Israel and Palestine to discuss with its Israeli and Palestinian member parties the tragic events of 31 May with the purpose of establishing the facts and to report back to the International.
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Click here to download a PDF version of the statement
Giu
11
GIUSEPPE SARAGAT (Torino, 19 settembre 1898 - Roma, 11 giugno 1988)
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“La funzione ed il ruolo del PSDI, pur nel mutato quadro politico, non sono venuti meno. (…) L’obiettivo è dare al socialismo democratico anche in Italia quel ruolo al quale già assolve nelle libere democrazie dell’Occidente europeo.” (GIUSEPPE SARAGAT, Il Socialismo della coerenza, 1984)
Giu
10
GIACOMO MATTEOTTI - L’ultimo discorso al Parlamento del Segretario Nazionale del Partito Socialista Unitario
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… PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento!
MATTEOTTI: Onorevole Presidente, Ella forse non mi intende, ma io parlo di elezioni!
(applausi)
(proteste, interruzioni)
… PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, non provochi incidenti.
… MATTEOTTI: Onorevole Presidente! …
PRESIDENTE: Onorevole Matteotti, se Ella vuol parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
MATTEOTTI: Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente: ma parlamentarmente!
PRESIDENTE: Parli, parli pure.
MATTEOTTI: I candidati non avevano libera circolazione…
(rumori; interruzioni)
(Voci): Lasciatelo parlare!
PRESIDENTE: Facciano silenzio! Lascino parlare!
MATTEOTTI: Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro all’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero…
MATTEOTTI: Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano, al quale mandiamo il più alto saluto; e crediamo di rivendicarne la dignità domandando l’annullamento delle elezioni inficiate dalla violenza.

Giu
7
FREEDOM FLOTILLA TRAGEDY IS EUROPE’S WAKE UP CALL FOR THE TWO-STATE SOLUTION (Poul Nyrup Rasmussen)
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Freedom flotilla tragedy is Europe’s wake up call for the two-state solution
by Poul Nyrup Rasmussen

The world awoke last week in horror and frustration, to an Israeli raid against the “freedom flotilla”, in international waters, that caused several dead and injured.
This outrageous attack shows that the Israeli Government’s policy vis a vis Gaza is a dead end: the embargo must be lifted now. Israel must stop the blockade of Gaza; goods must have access to the strip and people must have the freedom to travel.
The Israeli assault cannot be allowed to claim hope for peace as another of its victims: it should not close the window of opportunity to achieve a viable two-state solution. The on-going proximity talks must have all our support: it is the only solution. It is high-time for Benjamin Netanyahu to show that he is committed to the high standards demanded of peacemakers. I call the Labour party, the party of Yitshak Rabin, to also play a strong role in the coalition to promote the peace agenda. Today, more than ever, Israel needs to demonstrate that there is political will to enter into real discussions for a peace treaty. This starts by immediately freezing illegal settlements, which are a provocation.
The Palestinians must also do their part, burdened though they are with heavy hearts. We have seen outstanding efforts by Palestinian President Abbas and Prime Minister Faayad on institution-building. The two-year program has led to substantial progress and remarkable results in the West Bank. The EU should complement its involvement with a process aimed at the accession of Palestine to international organisations. It would allow the Palestinian Authority to integrate into many of the structures of the international system, exerting peer pressure for reform, while allowing public officials and politicians to familiarise themselves with such institutions. This would serve as a transition measure allowing them to be ready once the country becomes a full-fledged state. The Palestinian Authority deserves our support – on the ground and internationally.
Today, a wakeup call is necessary for all actors involved to keep track and even to accelerate negotiations for a peace agreement. Europe has an unquestioned responsibility, as it is becoming clear that the right wing dominated Government of Israel is not going to make things easy for a peaceful resolution, nor will the Obama Administration alone be able to push for it.
The EU Council in December 2009 made a first step towards breaking the deadlock; demanding an immediate resumption of peace talks with the view to a two-state solution. Despite any reservations, all relevant parties, should now take the EU Council Conclusions as a starting point for future negotiations. After years of discussions, the outlines of a viable two-state solution are well known and widely agreed upon - borders based on the 1967 lines with agreed reciprocal land swaps; Jerusalem as the capital of both states; robust security arrangements; and an agreed upon resolution of the refugee issue. Europe can and must contribute to confidence-building and mutual trust in the region with a series of moves. Firstly, the EU could play a role in the “proximity talks”, which should have a timeline, to move forward the Arab plan. Secondly, the EU should commit itself to upgrading its relationship with Palestinians (to an Association Agreement) and with Israel (rightly frozen until new progress is made). Finally, European member states should already make commitments for the post-peace deal period. The local actors will not jump into an unknown zone. They need commitments, both financial and on security. The EU should engage with forces on the ground in order to prevent any risk of violence – in a ‘UNIFIL type’ mission.
Let’s not wait for another disaster. There have already been too many innocent victims. It is time to accelerate talks. The EU is ready to help achieve the ultimate objective: two independent states living in peace alongside each other. Europe is ready to act as the alarm clock; let’s make sure that everybody hears the wakeup call.
(Poul N. Rasmussen è il Presidente del PES, Party of European Socialists)
Mag
13
IL DISCORSO DI COMMIATO DI GORDON BROWN - Il Segretario Generale del Labour Party presenta le proprie dimissioni dopo che il Partito ha ottenuto il 40% dei parlamentari alle elezioni politiche (258 deputati su 649)
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Tomorrow we fight on - text of speech by Gordon Brown at Labour HQ
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On the back of our party cards it says:
By the strength of our common endeavour we achieve more together than we do alone.
And in constituency after constituency despite all odds we proved that again on Thursday night. By the strength of our common endeavour we achieved more together than any of us ever have done on our own.
And so I am here to thank every member of Labour’s staff, every volunteer, every member, every supporter for what you have done in the past, and what I know you will do in the future.
To thank also Harriet, Douglas, Peter, Ray Collins, the Chair of our NEC Ann Black, and our candidates and campaigners.
We know – more certainly now than ever before – that there is a strong progressive majority in Britain.
I wish more than I can possibly say that I could have mobilised that majority to carry the election– but I could not.
And so now I have to accept - and indeed assert – personal responsibility. The fault is mine, and I will carry it alone.
So to give this party I love the best possible chance to prepare for its future, I have resigned the leadership of the Labour Party with immediate effect.
I wish my successor in that role well; and I will stand by Labour’s new leader, whoever that may be — loyally and without equivocation.
Because one thing will not change: I am Labour, and Labour I will always be.
Let me a few days after our election thank those who never gave up and never gave in, who fought so hard and whose dignity in defeat makes us so proud.
In the past few weeks, our Labour Party has shown, even when up against the odds, what we are made of.
Of course we went into this election massively outspent and with, shall I call it, a difficult media environment. In the most difficult of circumstances after an economic crisis a political expenses crisis and after 13 years in government it is to your enduring credit that we denied our opposition the majority they took for granted.
And you know better than anybody how hard fought this election was, and how dependent we were on the small, well disciplined team of which you were such a crucial part. Strong policy, robust research, creative communications and inspired new media work were allied with the most targeted and the most commanding ground war I have seen in my whole time in politics. And for all that, I thank you.
And I’m proud to say that we proved last Thursday that committed people matter more than limitless cash.
Sarah and I will never be able to thank you enough for what you have done. But I hope when you look back on these times you will tell your children, and your children’s children, about the Britain we built together and the good that we did in this campaign.
Because let me tell you what it was really all about. Last week when I was out knocking on people’s doors … and this wasn’t recorded on tape … I met a girl who was exactly the same age as the Labour government. Born on the 1st of may 1997, she had grown to know and love a Britain with Sure Start, with one to one tuition, with the expectation that every person from every background will have the chance to get on and not just get by.
She took opportunity for granted, and we fought for the chance for every child to be born in a Britain like that. We fought for the future.
And we continue to fight unceasingly because progress is not a word we just speak but a reality we have been creating where the ambit of opportunity always expands and never contracts. And we fight for progress because we know the energy and talent of the British people are boundless whenever they are released from stereotype and allowed to soar.
We know that progressive change is possible, because our very record shows it is.
The minimum wage.
Sure Start.
The child tax credit
The shortest waiting times in NHS history.
Record exam results in schools.
More police officers than ever.
Half a million children out of poverty.
And two million more jobs than in 1997.
And on top of everything we did to change Britain for the better and forever, we can be proud that there are people alive in Africa today, children in school there who have access to health care there, because of what we have done here thousands of miles away.
So when this think of these times think on the lives saved and changed, and always remember - that New Labour’s achievements do not belong to me or to Tony Blair, but to you.
We fought and will continue to fight for our public services - services that are not something that we conjure up on our own– or that most of us can pay for by ourselves – but services that are valued because they and the realization of a true nobility that sees beyond selfish individualism, on to what can be done through our collective endeavour.
That is why we fought – and why we together we will keep fighting for justice.
So tell your children you were a part of this – but also never to stop believing that people of courage and conviction can lift our country and make it equal to its best ideals.
So to those who gave their hearts, their hard work and their votes to labour, i say thank you. I will never forget how we stood together – in happier days and through the hardest hours.
And so as you fight on, know that I will be with you, heart and soul.
And know that you have my undying gratitude, because you have given the best of yourselves to the greatest of causes. And because you have fought every hour of every day you will be able to say for the rest of your days;
I was there.
I was on the progressive side of history.
And you are part of a Labour Party which is and will always be the greatest fighting force for fairness our country has ever seen.
We are irrepressible: we fight for fairness, and tomorrow we fight on.
Mag
11
L’INTERNAZIONALE in spagnolo - Al Festival Barnasants di Barcellona il cantautore Francisco Villa chiude a sorpresa il suo concerto cantando l’Internazionale, accompagnandosi con la chitarra a 12 corde.
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(Barcellona, 1 febbraio 2008, Festival Barnasants. Francisco Villa canta l’Internazionale utilizzando il testo - poco conosciuto - della tradizione socialista, utilizzato più spesso in America Latina che in Europa.)
- Arriba los pobres del mundo,
- de pie los esclavos sin pan,
- y gritemos todos unidos:
- ¡Viva la Internacional!
- Removamos todas las trabas
- que nos impiden nuestro bien,
- cambiemos el mundo de base
- hundiendo al imperio burgués.
- Agrupémonos todos
- en la lucha final.
- Y se alcen los pueblos
- por la Internacional.
- Agrupémonos todos
- en la lucha final.
- Y se alcen los pueblos ¡con valor!
- por la Internacional.
- El día que el triunfo alcancemos
- ni esclavos ni hambientos habran,
- la Tierra será el Paraíso
- de toda la Humanidad.
- Que la tierra de todos sus frutos
- y la dicha a nuestro hogar,
- que el trabajo es el sostén que a todos
- de la abundancia hará gozar.
- Agrupémonos todos
- en la lucha final.
- Y se alcen los pueblos
- por la Internacional.
- Agrupémonos todos
- en la lucha final.
- Y se alcen los pueblos ¡con valor!
- por la Internacional.
Mag
5
ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI KARL MARX (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883)
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“The philosophers have only interpreted the world, in various ways; the point is to change it. “ (I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo, ciascuno alla loro maniera; ma la vera sfida è come cambiarlo.) Undicesima Tesi su Feuerbach, epitaffio sulla tomba di Marx
Mag
1
PRIMO MAGGIO (e non solo) - Paolo Pietrangeli - CONTESSA
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Apr
25
25 APRILE 1945 - 25 APRILE 2010
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Apr
15
“UN’ALTRA SINISTRA E’ POSSIBILE” - Congresso Regionale del PSDI della Sicilia
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Apr
4
CONVOCATO PER L’11 APRILE 2010 A CATANIA IL CONGRESSO REGIONALE STRAORDINARIO DEL PSDI DELLA SICILIA
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In attuazione del mandato ricevuto dalla Direzione Nazionale il Commissario Regionale del Partito per la Sicilia, compagno Antonello Longo, ha convocato il Congresso Regionale Straordinario del PSDI Sicilia per il giorno 11 aprile 2010.
Il Congresso si svolgerà a Catania, presso il Jolly NH Hotel Bellini, con inizio dei lavori alle ore 9. Sarà presente il Segretario Nazionale del Partito, compagno Mimmo Magistro.
Tutti i compagni della Direzione e del Consiglio Nazionale del PSDI sono invitati a partecipare.
Il Congresso si svolgerà sulla base delle norme diramate dal Commissario che sono disponibili qui.
La Commissione Regionale di Garanzia per il Congresso è composta dai compagni: Stefano Gullo, Presidente; Antonino Gennaro, segretario; Onofrio Cannavò, Mario Entità, Giorgio Natale Mazza, componenti.
Per eventuali comunicazioni relative al Congresso è possibile contattare la Commissione al seguente indirizzo:
CommissioneGaranzia@PsdiSicilia.it
(Nota: l’avviso di convocazione è stato pubblicato in data 17/02/2010 sul sito www.PsdiSicilia.it e in data 19/02/2010 sul sito del PSDI nazionale.)
Apr
4
L’INTERNAZIONALE di Franco Fortini interpretata da Ivan Della Mea
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Apr
4
Il Circolo “GIUSEPPE SARAGAT” di Catania ha eletto i delegati al Congresso Regionale PSDI dell’11 aprile - Rinnovati gli organismi - Il compagno Antonello Longo indica le linee di azione del Partito in Sicilia - Le proposte emerse dal dibattito e la mozione conclusiva di “Iniziativa Socialista”
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Si è tenuta giovedì 18 marzo l’annunciata Assemblea Congressuale del Circolo “Giuseppe Saragat” di Catania per l’elezione dei delegati al Congresso Regionale PSDI della Sicilia che si terrà domenica 11 aprile. Nell’occasione il Circolo ha proceduto anche al rinnovo della Segreteria e del Comitato Esecutivo.
I lavori sono stati introdotti e presieduti dal Segretario uscente, compagno Antonino Gennaro, che ha chiamato gli iscritti al Circolo Saragat ad una nuova stagione di impegno e di lotta in difesa dei lavoratori e per il rilancio del socialismo democratico a Catania ed in Italia, dovendo i pochi militanti rimasti attivi nel PSDI non soltanto operare in un ambiente esterno assai ostile ma anche selezionare a tutti i livelli un nuovo gruppo dirigente, più adeguato ad affrontare le tematiche ed il linguaggio imposti dalla nuova stagione politica e sociale che vive il Paese, superando l’immagine di inefficienza ed ignavia politica offerta da una dirigenza che è ancora condizionata da vecchi, non riproponibili stereotipi. In questo contesto, volendo anche essere d’esempio, la Segreteria del Circolo ha deciso di non riproporre la candidatura di alcuno degli uscenti per eventuali riconferme.
Nel corso dell’Assemblea sono stati affrontati diversi temi sia di interesse generale che locale, dal sostegno al reddito degli agricoltori siciliani colpiti dalla crisi, alle attività della COPAGRI (Confederazione Produttori Agricoli) alla quale fanno capo l’AIC e la UIMEC-UIL, alla costituzione di cooperative di produzione e lavoro in collaborazione con l’AGCI (Associazione Generale Cooperative Italiane). Particolare attenzione il Congresso ha dedicato alla presenza dei socialisti democratici nel mondo sindacale, raccomandando agli iscritti di essere attivi nei sindacati confederali (in primo luogo la UIL ed in subordine la CISL) senza peraltro escludere che, ove ragioni di opportunità o di difficile agibilità lo consiglino, anche i sindacati autonomi possano diventare un riferimento per i compagni impegnati fra i lavoratori. Nel Circolo sarà riorganizzata, anche attraverso il coinvolgimento dei figli dei compagni, la Gioventù Socialista Democratica Italiana così come la Commissione per le Pari Opportunità del Partito vedrà come principali protagoniste le donne iscritte.
Hanno partecipato ai lavori il compagno Cavallaro della UILA-UIL (alimentaristi), la compagna Padova della UILPA-UIL (pubblica amministrazione) ed il compagno Scandurra del sindacato FIALS-CONFSAL (sanità). Per il Circolo “Giuseppe Lupis”, l’altro circolo del PSDI che opera nella città di Catania, è intervenuto il compagno Zuccarello.
Su di un piano politico più generale, il Circolo Saragat si farà promotore di una proposta di riforma della legge elettorale per le amministrative in Sicilia, che preveda il ritorno alla doppia scheda - una per l’elezione del Sindaco o del Presidente della Provincia e l’altra per l’elezione dei consiglieri - e l’eliminazione del voto di preferenza anche nelle elezioni regionali siciliane, sull’esempio della Regione Toscana.
In ordine alla vita del Partito, è stata sottolineata l’opportunità che il PSDI utilizzi sempre ed in ogni occasione, anche nei comunicati stampa e nelle carte intestate, la denominazione completa “Partito Socialista Democratico Italiano - Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista” e le dizioni “socialismo democratico” e “socialisti democratici” limitando l’uso del termine “socialdemocratico” allo stretto indispensabile. Sono state avanzate inoltre proposte di migliore definizione di alcune parti dello Statuto del Partito, sia regionale che nazionale, allo scopo di sancire, ad esempio, che in occasione dei congressi hanno diritto di voto solo gli iscritti con almeno un minimo di anzianità e non anche quelli che si iscrivono al Partito un attimo prima. Ciò per evitare fenomeni deteriori: un’ottica da tenere in considerazione anche per quanto riguarda la costituzione di nuovi Circoli o di Federazioni Provinciali, che andrebbe consentita solo a chi è già iscritto al PSDI. Il Circolo Saragat si farà inoltre promotore della incompatibilità statutaria fra più incarichi esecutivi di Partito, allo scopo di evitare per l’avvenire che gli stessi compagni possano rivestire ruoli dirigenti contemporaneamente a livello comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Fra gli altri temi dibattuti, è stato anche auspicato che i compagni imparino a memoria l’Inno dei Lavoratori, nel significativo testo di Filippo Turati, e l’Internazionale, poiché sarebbe oggi bello e significativo per tutti i militanti socialisti essere in grado di cantare gli inni tradizionali e storici delle lotte operaie e contadine.
Fra le deliberazioni assunte in sede di Assemblea, quella di costituire un “G.A.S.” (Gruppo di Acquisto Solidale) allo scopo di alleviare le difficoltà dei lavoratori vicini al Partito e delle loro famiglie che risentono gravemente dello stato di crisi generale e metterli in diretto contatto con i produttori agro-alimentari vicini alla nostra area, con conseguente taglio dei costi di distribuzione e vantaggi per entrambe le parti. Il nuovo G.A.S., che aderirà alla “Rete Gas Nazionale” (www.retegas.org), opererà in collaborazione anche col G.A.P. (Gruppo di Acquisto Popolare) promosso dal Circolo catanese “Città Futura” aderente a Rifondazione Comunista.
Queste ed altre proposte, delle quali per ragioni di brevità non riferiamo i dettagli, sono state inserite in tre mozioni ed in quattro Ordini del Giorno che verranno presentati al Congresso Regionale.
Si è quindi proceduto alla elezione della Segreteria e del Comitato Esecutivo del Circolo, fra i compagni non immediatamente uscenti da precedenti incarichi; all’unanimità sono stati eletti Segretario politico il compagno Onofrio Cannavò, vice segretario il compagno Antonio Consoli e Segretario amministrativo (tesoriere) il compagno Gaspare Strano; responsabile agricoltura il compagno Francesco Cocuzza e responsabile sindacale il compagno Nicola Pesce; infine, sempre all’unanimità e con acclamazione di tutti i presenti, è stato eletto Presidente del Circolo il compagno Nicola Castana.
Il nuovo Segretario compagno Cannavò nell’accettare l’incarico anche a nome del nuovo comitato esecutivo ha ringraziato tutti i compagni e si è impegnato a mettere in pratica nella vita del Circolo le iniziative delle quali l’Assemblea ha discusso, anche in sinergia con l’altro circolo catanese del Partito, preannunciando la prossima costituzione ai sensi dello Statuto del Comitato di coordinamento cittadino del PSDI.
Traendo le conclusioni dei lavori, il Commissario regionale compagno Antonello Longo si è soffermato a lungo sullo stato dell’economia e della società siciliane, prospettando le proposte del PSDI per valorizzare l’autonomia speciale ed aprire la strada allo sviluppo.
“Accettiamo la sfida del federalismo fiscale – ha detto fra l’altro Longo – consapevoli che questo mutamento, che si prospetta oggi imminente, comporta per il Mezzogiorno d’Italia il rischio di restare escluso, ancora più di prima, dai grandi processi di sviluppo, di dare maggiore peso alla fragilità del suo sistema sociale ed economico, ai suoi limiti strutturali e civili, aggravandone il distacco dalle regioni del centro-nord.
Se però la necessità di fare affidamento essenzialmente sulle proprie forze, perfino per determinare interventi di riequilibrio delle sfavorevoli condizioni di partenza, sarà vissuta come volontà autonoma di riscatto, di liberazione delle proprie potenzialità, il Sud diventerà il primo, il più importante bacino per la crescita dell’intero Paese.
In Sicilia “federalismo” vuol dire attuazione – senza se e senza ma, se vogliamo affidarci alle frasi fatte – dopo tanti decenni, di quanto prescritto dallo Statuto siciliano, cioè dalla Costituzione Repubblicana.
La giunta regionale di Confindustria ha puntualizzato i dati del disastro economico siciliano: i consumi delle famiglie nel 2009 sono scesi del 3%, gli investimenti hanno avuto un calo del 14%, la produzione è crollata del 29% con una forte perdita di occupazione in tutti i settori. Il reddito pro-capite dei siciliani nel 1974 era il 65% del reddito pro-capite nazionale, oggi è il 60%.
Tramontata, per volontà dell’Unione Europea, l’era del sussidio statale diretto alla FIAT, la casa torinese si accorge del surplus di costi per assemblare automobili a Termini Imerese e mette fine all’eccentrico sogno di uno sviluppo industriale manufatturiero senza il sostegno di adeguate infrastrutture territoriali.
La Conferenza dei Vescovi cattolici italiani, in un documento dedicato al Mezzogiorno, richiama anzitutto la necessaria solidarietà nazionale ma esorta “alla critica coraggiosa delle deficienze, alla necessità di far crescere il senso civico di tutta la popolazione, all’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti.”
“Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione nel territorio avrebbe auspicato.” Il Sud – scrivono ancora i Vescovi – si è trasformato “in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.
La CEI denuncia che la mafia, “cancro” che uccide le nostre regioni, ha “rialzato la testa”, che la criminalità organizzata detta “i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese… favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale.”
Questo quadro della nostra realtà – ha continuato Antonello Longo – ci porta a guardare con interesse alle novità politiche che stanno spezzando in Sicilia vecchie solidarietà e rapporti di potere consolidati nel nuovo sistema “bipolare”. Un sistema tradotto e interpretato nell’isola dai gattopardi depositari dell’antica concezione ascaro/feudale/affaristica della società e della politica.
Negli ultimi decenni tutti i governi nazionali che si sono succeduti, di destra o di sinistra, hanno tradito le promesse e mortificato le ragioni del Sud. Si tratta perciò di far nascere una nuova classe politica, con la forza di spostare gli equilibri politici nazionali che stanno alla base delle scelte di governo sull’allocazione delle risorse nazionali e di provenienza europea.Ma si tratta soprattutto di recuperare in Sicilia una diversa capacità e qualità di governo. Innanzitutto è necessario individuare una nuova capacità progettuale, quindi vanno create le condizioni perché i progetti vadano in porto e le nuove realizzazioni restino in modo duraturo a produrre effetti sul territorio.
I nodi da sciogliere sono molteplici ma due assumono importanza strategica: la sicurezza e le infrastrutture, che sono le pre-condizioni perché la Sicilia possa scegliere il tipo di sviluppo da sostenere.”
Dopo le conclusioni del Commissario regionale compagno Antonello Longo, che hanno suscitato unanime apprezzamento, sulla base degli orientamenti emersi dall’Assemblea è stata predisposta una mozione conclusiva, dal titolo: “Una nuova INIZIATIVA SOCIALISTA per la Sicilia e per l’Italia”, collegata ad una lista di sei delegati al Congresso Regionale, che, posta ai voti, è stata approvata all’unanimità.
Per leggere e stampare la mozione conclusiva fare click qui.
I lavori, protrattisi fino a tarda sera, si sono conclusi col canto dell’Internazionale e con un brindisi di augurio ai nuovi eletti.

NELLA FOTO: il compagno Onofrio Cannavò risponde agli indirizzi di saluto dei compagni del Circolo “Giuseppe Saragat” che lo festeggiano dopo la sua elezione a segretario; al suo fianco il compagno Antonio Consoli, nuovo vice segretario, alle sue spalle il compagno Nicola Castana, eletto presidente, ed il nuovo segretario amministrativo (tesoriere) Gaspare Strano già con la cartellina delle quote associative sotto il braccio; parzialmente visibile, con la camicia rossa, il nuovo responsabile sindacale compagno Nicola Pesce.
Apr
4
Il Circolo “GIUSEPPE LUPIS” di Catania ha eletto i delegati al Congresso Regionale PSDI dell’11 aprile - Le conclusioni del compagno Antonello Longo
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Mercoledì 24 marzo si è riunita l’Assemblea Congressuale del Circolo “Giuseppe Lupis” di Catania in vista del Congresso Regionale straordinario convocato per l’11 aprile.
I lavori sono stati aperti e coordinati dal Segretario del Circolo, compagno Mario Entità, che ha ricordato il percorso seguito dai socialisti democratici catanesi per far rinascere ed affermare una presenza politica significativa per la comunità locale.
In particolare Mario Entità ha ricordato il grande significato che per i compagni di Catania ha il richiamo alla figura ed al ricordo del grande socialista siciliano Giuseppe Lupis, più volte ministro ed autorevole dirigente nazionale formatosi nella temperie dell’esilio. “Lupis - ha detto Entità - aveva la maschera del burbero benefico ma da tutta la sua figura trasudava una forte carica di umanità. Custode gelosissimo dell’autonomia socialista, è stato per tutti noi un maestro.”
“Il PSDI non torna in campo però - ha proseguito Entità - nel segno della nostalgia, i socialdemocratici contestano efficienza e rappresentatività al sistema politico che si è affermato attorno all’elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Provincia, tant’è vero che la comunità locale avverte più che mai la profonda distanza tra il mondo politico e la comunità locale in una città che vive in uno stato di emergenza permanente dovuto alla mancanza di lavoro e di nuove attività produttive, alla carenza dei servizi a partire dalla nettezza urbana, all’implosione della viabilità e del traffico, alla crisi abitativa ed al generale degrado delle condizioni di vita della popolazione.”
Sulla relazione del compagno Entità si è sviluppato un dibattito nel quale sono intervenuti i compagni Zuccarello, La Bruna, Manuele, Roncati e Messina.
Le conclusioni sono state tratte dal Commissario regionale compagno Antonello Longo che ha illustrato i motivi della convocazione del Congresso straordinario.
“Negli ultimi mesi in Sicilia si è un po’ smarrito il filo di una ripresa politica ed organizzativa determinata dal precedente Congresso; un risultato negativo su cui ha pesato l’impossibilità di prendere parte col nostro simbolo alle elezioni in presenza di norme restrittive e di soglie di sbarramento del 5 per cento ormai generalizzate anche per le elezioni di comuni e province. Tuttavia il Partito ha la necessità di organizzarsi e di riprendere un cammino politico che non è privo di significato e di importanza per i cittadini siciliani.
L’apertura di una nuova fase della politica regionale dovuta all’affermazione di una forte componente autonomista e all’elezione a Presidente della Regione del leader dell’MPA rende il quadro siciliano notevolmente diverso rispetto a quello nazionale. Si aprono perciò in Sicilia prospettive diverse per quanti non si identificano pienamente in alcuno dei due schieramenti del bipolarismo nazionale; in particolare nell’isola c’è una tradizione di forza e di presenza di un socialismo autonomista che in elezioni recenti ha dimostrato, assieme ad altre forze laiche, di poter superare la soglia di sbarramento per entrare all’Assemblea Regionale Siciliana.
Allo stesso modo in molti comuni siciliani non mancano le personalità del nostro mondo politico che possono essere proposte per la guida delle amministrazioni locali e catalizzare ampi schieramenti.
Quello che manca è la forza, la capacità, la volontà di perseguire l’obiettivo di una presenza laico-socialista organizzata ed autonoma; ciò è dovuto da un lato all’invecchiamento ed allo scoraggiamento del vecchio quadro dirigente e dall’altro dalla corsa fatalista e/o opportunistica ad “intrupparsi” negli ampi schieramenti del bipolarismo.
Non è differente la riflessione che riguarda l’MPA, movimento di cui apprezziamo l’impostazione di fondo ed alcune riflessioni di carattere storico e politico. Esso tuttavia scaturisce dalla matrice democristiana né rinnega il forte legame con la cultura politica solidarista e popolare dei cattolici democratici. Cultura e storia apprezzabilissime che non sono però le nostre.
Il problema, così come anche nel precedente Congresso è stato posto, non è il parlare di autonomia per “far parte” dell’MPA ma costruire un nuovo, autorevole e significativo soggetto politico che alla politica autonomista conferisca la sostanza di un contributo proveniente da diverse concezioni e storie politiche.
Il movimento autonomista nel suo complesso cresce, diventa autorevole ed aumenta le sue possibilità di successo (non nella singola tornata elettorale ma) sul terreno della storia e della cultura di un popolo se non si identifica con una sola posizione e un solo modo di fare politica.
Per quanto mi riguarda personalmente la mia candidatura al Senato nella lista MPA, nella veste nota e riconosciuta di esponente nazionale della Socialdemocrazia, aveva proprio questo significato politico. Allo stesso modo la partecipazione attiva del PSDI alla formazione della lista di alleanza laico-autonomista alle elezioni regionali denominata “Democratici Autonomisti” rientrava nella logica di costruire una alleanza politica attiva con l’MPA e portare nell’Assemblea Regionale un gruppo politico espressione della cultura politico laico-socialista siciliana. Il progetto consisteva nel superare - sia pure con l’aiuto di Lombardo - il 5 per cento su scala regionale, obiettivo per raggiungere il quale la presenza del PSDI nella composizione delle liste avrebbe potuto risultare determinante, rimettendo il nostro Partito al centro delle dinamiche politiche regionali. Tentativo tutt’altro che velleitario, com’è dimostrato dagli oltre centomila voti raccolti dalla lista dei “Democratici Autonomisti” che ha sfiorato il quorum, e come ulteriormente dimostrato dai buoni risultati dei candidati socialdemocratici a Catania ed a Trapani.
Dispiace dunque in modo particolare il disimpegno pretestuoso di alcune provincie e l’impegno di altre a sostegno di liste concorrenti. Questo atteggiamento al di là delle difficoltà organizzative ha provocato una spiacevole disgregazione della forza del Partito che aveva cominciato a ricostituirsi in modo promettente.
Questo Congresso straordinario serve a censire quanti vogliono essere ed apparire socialdemocratici facendo “squadra” nel PSDI: se noi riusciremo a ritessere un minimo di organizzazione ed a esprimere, con il nostro grande patrimonio ideale, morale e storico, un minimo di proposta politica, io sono sicuro - ha concluso Longo - che l’apporto politico socialdemocratico per la Sicilia non è concluso.”
Il Congresso ha approvato all’unanimità un Ordine del Giorno che recepisce le indicazioni politiche contenute nelle relazioni dei compagni Entità e Longo. Al documento era allegata una lista di cinque delegati del Circolo al Congresso regionale, che è quindi risultata eletta all’unanimità.
Mar
15
AUGURI AL COMPAGNO MAURO FERRI PER I SUOI NOVANT’ANNI
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Auguri di buon compleanno al compagno Mauro Ferri, fondatore e primo Segretario Nazionale del Partito Socialista Unitario - ora P.S.D.I. - che compie oggi novant’anni in ottima salute e li festeggia presiedendo un incontro alla Fondazione Nenni.
Nato il 15 marzo 1920, il compagno Ferri è stato Sindaco per la prima volta giovanissimo alla Liberazione nel 1945, poi innumerevoli volte parlamentare sia alla Camera che al Parlamento Europeo, capogruppo, ministro, dirigente dell’Internazionale Socialista. Giurista insigne, ha fatto anche parte del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte Costituzionale, della quale è stato Presidente. La sua Segreteria è ricordata per la grande visione strategica (allora forse troppo avanti per i tempi, ma oggi tutte le sue proposte appaiono perfettamente attuali), per il dinamismo impresso al giovane partito e per la linea di rigore e di intransigenza nella netta chiusura alle forze antidemocratiche, a partire dai comunisti, che l’elettorato socialista premiò con crescenti consensi.

NELLA FOTO: Roma, 5 luglio 1969 - Sala Capuzzi - L’On. Mauro Ferri, con alla sua destra l’On. Tanassi, in piedi su di un tavolo dell’unica sezione socialista romana rimasta agibile dopo che le correnti di sinistra avevano conquistato il PSI-PSDI unificati ed il giorno prima messo in minoranza Nenni, annuncia la fondazione del Partito Socialista Unitario e ne viene acclamato Segretario Nazionale. Il Ministro Preti sale anche lui sul tavolo con un mazzo di garofani rossi per il nuovo Segretario. Meno di un anno dopo - partendo praticamente da zero perché tutte le strutture erano rimaste al vecchio PSI, inclusa la FGSI, la maggioranza della UIL, le cooperative ed i giornali - alle elezioni provinciali e regionali del 7 giugno 1970 il PSU sotto la guida di Ferri raccolse oltre il 7 per cento dei voti e negli 80 comuni capoluogo in cui si votò contemporaneamente addirittura l’8,3 per cento, risultato mai più superato.
“Noi oggi costituiamo - disse il compagno Ferri a Sala Capuzzi - il Partito Socialista Unitario, riprendendo il nome del coraggio, della chiarezza, il nome del Partito che fu di Matteotti e di Turati (…) Noi non abbiamo fatto una scissione, ma abbiamo continuato la battaglia dell’unità socialista nell’unico modo possibile.”
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Mar
14
127° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI KARL MARX (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883)
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Mar
4
Un importante articolo del compagno ANTONELLO LONGO in vista del XXVIII Congresso Nazionale del PSDI
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VERSO IL CONGRESSO
La campagna elettorale regionale (tanti sistemi di voto diversi quante sono le regioni interessate) inizia all’insegna dei pasticci e dei ricorsi, i “grandi” partiti e la “grande” stampa l’affrontano con il linguaggio e i toni di un’elezione politica di “midterm”, cioè senza alcun contenuto diverso dalle solite propagande e dietrologie.
In realtà la ripartizione e l’impiego delle risorse disponibili tra i territori e sul territorio riassume in sé l’essenza di ogni strategia di politica economica e sul tavolo della conferenza Stato-Regioni passa un pezzo della funzione di governo ben più grande della maggior parte dei ministeri. Per i cittadini e le famiglie, poi, la partita decisiva si gioca nel territorio: sanità, assistenza, servizi, mobilità locale, rifiuti, assetto e gestione del territorio, urbanizzazioni, ambiente e patrimonio culturale, attività produttive, commercio, artigianato, licenze, concessioni, scuola primaria, edifici scolastici… alla fine, di cosa è fatta, come si svolge la nostra vita quotidiana?
Il clima che si avverte è però quello di uno scollamento grave come non mai fra problemi e bisogni del Paese e risposta delle classi dirigenti (non solo politiche e, sia chiaro, non solo di governo). Se la politica ha lasciato sempre ampio spazio a mediocri e cortigiani, oggi tuttavia sembra compiuta un’autentica mutazione genetica dei ceti dominanti.
È accaduto in Italia che una classe dirigente selezionata dagli avvenimenti storici, cresciuta nella lotta antifascista, nell’impegno – comunque straordinario – di ricostruire un Paese distrutto, nel fuoco delle battaglie operaie e contadine, nel lungo e formativo apprendistato delle amministrazioni locali – per qualcuno più giovane anche nella fase di contestazione studentesca e tensioni sociali aperta dal ‘68 – per naturale ricambio e per fatti contingenti è stata sostituita da un nuovo ceto forgiato nelle anticamere, nelle sacrestie, nelle segreterie particolari, nella politica senza gavetta, nell’impresa senza rischio. Oppure, peggio, negli scranni della pubblica accusa.
Accade che il sistema di democrazia rappresentativa garantito dalla Costituzione Repubblicana è cambiato surrettiziamente per effetto di nuove leggi elettorali e di scelte egemoniche delle formazioni politiche/contenitore, imponendo, “calando dall’alto” una dimensione bipolare farraginosa e inefficace perché estranea e contraria alla storia, alla cultura politica e soprattutto alle necessità di governo di una realtà articolata, contraddittoria e complessa qual’è l’Italia di (ieri e di) oggi.
Come sorprendersi della leggerezza e del pressapochismo dimostrato dal più numeroso di questi contenitori nel presentare le liste per le elezioni regionali a Roma e in Lombardia? Come sorprendersi che corruzione e malaffare accompagnino oggi una parte della vita economica e civile in misura assai più estesa di quanto mai accaduto negli anni della “prima Repubblica”? Come sorprendersi se tutto è cambiato in questo benedetto Paese meno l’ingiustizia sociale, la scuola di classe, lo squilibrio territoriale, la debolezza dell’apparato produttivo, l’arretratezza dell’amministrazione pubblica, la paralisi della giustizia, la discriminazione bancaria e fiscale, il malfunzionamento dei servizi, la vessazione del cittadino risparmiatore e consumatore?
Se il male della “prima Repubblica” fu l’incapacità di collegare un ampio consenso popolare a politiche riformiste, bisogna riconoscere che l’identica malattia si ripropone adesso. Come dire che, nel nome della governabilità, sono stati ristretti i margini di agibilità democratica senza alcun vantaggio per le strutture economiche e sociali del Paese. La crisi dei mercati finanziari internazionali viene utilizzata dalle banche italiane per selezionare i soggetti del mercato interno delle PMI, aprendo nel contempo sempre più le porte delle grandi aziende italiane all’ingresso di capitali stranieri. Le speculazioni sono enormi, gli investimenti che creano lavoro, produzione, sviluppo, al contrario, quasi inesistenti. La politica? Non pervenuta.
Ecco il contesto: e che cosa può fare il nostro povero PSDI se non provare ad esistere?
Salvo il caso, sempre possibile, di scomposizione e ricomposizione del quadro politico dominante, i soggetti politici nuovi o che vogliono rinascere ex-novo si trovano di fronte tre ordini di sbarramento pressoché insormontabili con gli uomini e i mezzi di cui (non) dispongono: nell’accesso ai canali di finanziamento, nell’accesso ai circuiti istituzionali e commerciali dell’informazione, nell’accesso alle istituzioni.
Nessuno tuttavia – allo stato – può togliere a noi e ad altri nelle stesse condizioni l’eventuale presenza, per quanto minoritaria, all’interno della collettività e nel circuito privato dell’informazione (internet ed altri networks). A due condizioni: avere idee (diverse dal pensiero dominante e comuni a tutto il gruppo) ed almeno un minimo di presenza organizzata. Per mettere a punto le une e l’altra è necessario, dopo le elezioni regionali (che vedono assente il nostro simbolo e presenti solo dove e come è possibile i nostri esponenti) avviare la fase congressuale nel modo più utile e coraggioso.
Non partiamo da zero. Piccoli raggruppamenti come il nostro, purtroppo, devono mettere nel conto una certa mobilità in entrata e in uscita; l’importante è non rinnegare l’impegno – che ha legittimato l’attuale gruppo dirigente – a non tenere il Sole Nascente alla mercé dell’acquirente di turno.
Le compagne e i compagni che ci sono non possono riempire le piazze e nemmeno le liste elettorali però possono sviluppare un’iniziativa culturale coordinata a livello nazionale, dedicata a difendere la nostra identità, a sostenere le ragioni di una cultura e di una presenza politica, ad avanzare proposte di merito su argomenti importanti, ad aggiungere una voce critica e disinteressata alle molte sedi di dibattito e di confronto che animano non solo la rete “delle tre c” (comunicazione, comunità, conversazione) ma anche la vita civile di piccole e grandi comunità.
Il Congresso potrà decidere se affiancare al PSDI in quanto partito politico una fondazione o associazione culturale che serva anche a offrire ai numerosi socialdemocratici che svolgono ruoli attivi in diverse formazioni politiche piccole e grandi la possibilità di rivendicare un’appartenenza ideale e restare legati in modo visibile al filo conduttore di un passato di comune milizia.
Il PSDI si è dotato di uno Statuto nuovo e del tutto innovativo, approvato a Bellaria dal XXVII Congresso, che ha trasformato il Partito in una struttura federale a dimensione nazionale organizzata su base regionale.
Il nuovo “Statuto federale” conferisce ad ogni struttura regionale ampia autonomia per autodeterminarsi sul piano politico ed organizzativo. Su mandato del Congresso la Direzione nazionale ha approvato lo Statuto regionale-tipo che è entrato in vigore in tutte le regioni non avendo alcuna di esse (eccetto la Sicilia) approvato un proprio testo differente.
La “legge” che ci siamo dati fa del Circolo - con un ruolo più incisivo e pregnante delle vecchie sezioni - la vera base del Partito, il cuore pulsante della vita del PSDI sul territorio. Le strutture comunali e provinciali non sono che il coordinamento attuato direttamente dai Circoli attraverso i propri Segretari. Lo spirito federalista trova la sua esplicazione nella composizione e nei compiti affidati al Consiglio Nazionale, la cui composizione numerica complessiva vede in maggioranza gli designati dalle regioni rispetto ai membri eletti dal Congresso Nazionale. Il Consiglio Nazionale - non più il Congresso - elegge la Direzione ed il Segretario nazionali, chiamati a coordinare, promuovere, vigilare ed esprimere la sintesi e gli indirizzi di carattere generale della politica socialdemocratica per l’Italia.
Per diventare reale momento di rilancio, il XXVIII Congresso non può e non deve né dimenticare né banalizzare il nuovo Statuto federale bensì dargli pratica attuazione, dando vita ad un Partito in cui il territorio (non “fa quello che vuole” come stoltamente è stato detto, ma) acquista prestigio e potere decisionale, non permettendo a correnti ed eventuali oligarchie nazionali di essere arbitre di ogni determinazione a livello centrale e capaci di condizionare anche le scelte locali in termini di uomini e alleanze.
L’attuazione del nuovo Statuto, cioè del nuovo Partito, comincia concretamente già nella fase dei congressi di circolo, di federazione e regionali, che devono essere improntati al massimo di rigore, in primo luogo rispetto al tesseramento 2010, che darà vita alla platea congressuale sulla base dei parametri di rappresentatività che il Partito si è dato. Ogni circolo rappresenta, nel rispettivo Congresso regionale, la media degli iscritti degli ultimi tre anni (2008/2009/2010). Allo stesso modo le regioni eleggono i propri delegati al Congresso Nazionale in proporzione agli iscritti dell’ultimo triennio.
Il nostro Partito ribalta l’antico concetto notabilare per basarsi d’ora innanzi sulla militanza e sull’effettiva presenza sul territorio. E’ dunque essenziale che niente avvenga solo “sulla carta” e che ogni Congresso regionale, oltre ad eleggere i delegati ed i propri rappresentanti nel nuovo C.N., discuta e decida davvero sulle regole (a partire dallo Statuto regionale, in mancanza resterà in vigore lo statuto regionale-tipo), sulla scelta dei dirigenti, su una politica socialdemocratica per il territorio.
Aprire questo processo potrà creare un ritorno di lena e di entusiasmo e darà al Segretario del Partito l’occasione di ricostituire e rinforzare il gruppo dirigente che dovrà sostenerlo in una nuova stagione di impegno e di presenza. Perché la nostra Italia non può permettersi la scomparsa dei socialdemocratici.
(Antonello Longo)
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PALAZZO BARBERINI - Articolo pubblicato sul primo numero de L’UMANITA’ del 18 gennaio 1947
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LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA
del Partito Socialista dei Lavoratori
I compagni Faravelli, Simonini e Vassalli nominati
segretari – I membri della Direzione del Partito
La Direzione del P.S.L.I. è stata così composta: Faravelli, Saragat, Simonini, Martoni, Castiglione, Spalla, Mondolfo, Schiavi, Viotto, Quazza, Pietra, Vassalli, Zagari, Bonfantini, Dagnino, Matteotti, Valcarenghi, Chignoli, Tolino, Russo, Vera Lombardi.
Fanno inoltre parte della Direzione i compagni D’Aragona, Corsi e Tremelloni, quali membri del Governo, il compagno Treves in qualità di membro del Comitato Direttivo del nostro giornale, il compagno Canevari in rappresentanza del gruppo parlamentare, e il compagno Solari, in rappresentanza della Federazione Giovanile, con voto consultivo.
A far parte del Collegio dei Probiviri sono stati chiamati i compagni Bocconi, Vigorelli, Brugner, Cartia, Rossi.
Al termine della prima riunione della Direzione del P.S.L.I. è stata diramata la seguente dichiarazione:
“La Direzione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, convinta che una soluzione del problema governativo in piena armonia con i bisogni del Paese, non potrà attuarsi se non quando il risveglio della coscienza popolare avrà indicato la via della ricostruzione e constatato che una crisi, nel momento attuale, non modificherebbe la situazione, invita i compagni che fanno parte del Governo a continuare a prestare la loro collaborazione. Tuttavia, qualora per iniziativa di altri, dovesse aprirsi una crisi, il Partito intende riversare tutta l’attività dei militanti alla propria opera di riorganizzazione e all’azione socialista nel paese.”
Nella stessa riunione la Direzione ha proceduto alla nomina della Segreteria Politica nelle persone di Giuseppe Faravelli, Alberto Simonini e Giuliano Vassalli. A coprire la carica di segretario amministrativo è stato chiamato il compagno Carlo Casati.
È stato inoltre deciso che l’edizione romana del giornale del Partito, che avrà per titolo L’Umanità, sia diretto da un Comitato Direttivo composto dai compagni Matteo Matteotti, Giuseppe Saragat e Paolo Treves.
La Segreteria rende noto che insieme alle notizie di costituzione di regolari sezioni e federazioni del Partito in tutta Italia e di adesioni individuali di vecchi compagni, pervengono numerose comunicazioni circa la costituzione di sezioni del Partito da parte di nuovi aderenti non precedentemente iscritti al P.S.I.U.P. In proposito si precisa che nessuna sezione, federazione o altro organismo del Partito può essere costituito senza autorizzazione della Segreteria.
Per quanto riguarda le notizie sull’adesione al Partito di gruppi di diversa provenienza politica, si conferma la decisione presa dalla Assemblea costitutiva del Partito, secondo cui sono ammesse soltanto adesioni di carattere individuale.
Si precisa altresì che tutte le voci diffuse sulla stampa, e in ambienti politici, circa pretese alleanze, unioni o patti del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani con altri partiti o raggruppamenti politici, sono assolutamente prive di ogni fondamento.
La Segreteria, infine, ha diramato la seguente circolare:
“1. Il nuovo Partito ha assunto il nome di PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI (Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista).
2. È adottato, come Statuto provvisorio fino al prossimo Congresso lo Statuto Faravelli. Tale Statuto è in vendita al prezzo di L. 15 a Milano, in Piazza Diaz, 5, e a Roma, Piazza Augusto Imperatore 32 (Prezzo ridotto a L. 10, per acquisti superiori a 5 copie).
3. È confermato strettamente il criterio delle adesioni individuali, esclusa quindi ogni possibilità di adesioni collettive.
Il Partito è costituito dai compagni, dalle sezioni e dalle Federazioni che si sono separati dal P.S.I.U.P. e hanno aderito e aderiranno al P.S.L.I. fino a tutto aprile 1947. Tuttavia queste adesioni devono essere sottoposte al vaglio degli organismi competenti. I compagni, le sezioni e le Federazioni di cui sopra hanno i pieni diritti e doveri previsti dallo Statuto.
4. I nuovi aderenti dovranno invece presentare domanda di ammissione al Partito nelle forme previste dallo Statuto. Gli organi competenti si pronunceranno sollecitamente su queste domande, rilasciando un documento provvisorio a coloro sulla cui domanda il giudizio sarà favorevole. Tali compagni acquistano in tal modo i diritti previsti dallo Statuto, salvo quello di partecipare alle votazioni sull’indirizzo politico del Partito e alle elezioni delle cariche sociali. Trascorsi sei mesi dalla data della domanda di ammissione, l’organo competente della sezione riprenderà in esame la posizione dei soci ammessi provvisoriamente e ne proporrà la ammissione definitiva o l’esclusione agli organi competenti della Federazione provinciale.
La Federazione dovrà indagare a fondo su i precedenti politici, morali e penali degli aspiranti. In caso di giudizio favorevole della Federazione, al socio verrà rilasciata la tessera del Partito che gli conferisce la pienezza dei diritti previsti dallo Statuto.
5. Il giudizio sulle domande di ammissione di personalità politiche spetta esclusivamente alla Direzione del Partito, la quale terrà conto del parere delle Federazioni interessate.
Si invitano pertanto le sezioni e le Federazioni alle quali fossero presentate domande di ammissione delle suddette personalità a trasmetterle alla Direzione del Partito.
6. Le sezioni e le Federazioni sono tenute ad applicare con rigore le norme previste dallo Statuto circa l’ammissione di nuovi soci; il modulo a stampa su cui dovrà essere redatta la domanda di ammissione è unico e sarà quanto prima fornito alle sezioni dalla Segreteria organizzativa del Partito.
7. In conformità alle deliberazioni del Congresso la Segreteria organizzativa del Partito costituirà un proprio ufficio a Milano per l’Italia settentrionale (piazza Diaz, 5); un secondo a Roma per l’Italia centrale (piazza Augusto Imperatore n. 32), un terzo a Napoli per l’Italia meridionale ed altri due uffici, rispettivamente per la Sicilia e la Sardegna.
Ciascuno di questi uffici, assistito da una Delegazione composta dai rappresentanti delle regioni di ognuna delle cinque zone, aiuterà le Federazioni provinciali nella loro opera di organizzazione del Partito.
L’Ufficio di Milano per l’Italia del Nord funziona già ed ha sede in piazza Diaz, 5, telef. 16220-16319; ad esso debbono far capo tutte le Federazioni provinciali dell’Alta Italia (Piemonte, Lombardia, Tre Venezie, Liguria, Emilia).
L’Ufficio per l’Italia Centrale è costituito in Roma in piazza Augusto Imperatore n. 32 e ad esso debbono far capo tutte le Federazioni provinciali delle Marche, dell’Umbria, della Toscana, del Lazio e degli Abruzzi.
In attesa della costituzione degli altri 3 Uffici nell’Italia Meridionale e nelle due Isole, le sezioni e le Federazioni del Meridione faranno capo all’Ufficio di Roma.
8. Le Federazioni provinciali sono invitate a prendere immediatamente contatto con gli Uffici organizzativi ai quali esse fanno rispettivamente capo, comunicando immediatamente l’indirizzo della loro sede ed il nome dei compagni componenti i loro organi direttivi, ed inviando una relazione circostanziata sullo stato della loro organizzazione, corredata da eventuali proposte.”
(Questo articolo è stato pubblicato su L’UMANITA’ – QUOTIDIANO DEL PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI, anno 1, numero 1, sabato 18 gennaio 1947. Titoli, corsivi e grassetti come nell’originale.)
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Francesco Guccini - LA LOCOMOTIVA
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